di Gabriele Manfridi
In esclusiva la redazione di Giornale Romanista ha intervistato l’ex difensore giallorosso Luigi Garzya. Una chiacchierata attraverso cui abbiamo avuto modo di ripercorrere le tappe della sua carriera, ricordare la sua esperienza alla Roma, parlare della Roma di oggi e dei suoi personali progetti futuri. Queste le sue parole:
Il tuo ricordo di quella Roma dei primi anni ‘90. La Roma di Giannini, di Aldair e di Voller.
Per me è stato un onore. Ho veramente giocato con dei giocatori con la “g” maiuscola, dei veri fenomeni. C’era Giannini, c’era Carnevale, c’era Balbo, c’era Voller, c’era Aldair. Aldair se avesse giocato adesso sarebbe uno dei difensori più forti al mondo. All’epoca nel campionato italiano c’erano i difensori più importanti d’Europa. Per me, che ero giovane e venivo da una squadra provinciale (il Lecce n.d.r), era un vero onore. Roma era un palcoscenico totalmente nuovo.
A proposito di palcoscenici. Andando un po’ più nello specifico come ha vissuto la piazza di Roma, sia da un punto di vista calcistico che ambientale?
Sapevo che Roma non era una piazza facile, ed è tuttora rimasta una piazza particolare. Fortunatamente sono entrato a far parte di uno spogliatoio che mi ha aiutato e non mi è stato fatto pesare il fatto che tra di loro ci fossero vari nazionali. Mi hanno messo sempre a mio agio. Chiaro che ero arrivato in quella che all’epoca, secondo me, era la città più bella al mondo. Roma la giravo di sera come se fossi un vero turista. Passeggiate che mi hanno dato la possibilità di trovare la vera romanità, che forse negli ultimi anni sta un po’ scomparendo.
Prima di Roma il Lecce. La squadra che ti ha fatto debuttare in Serie A e che poi ti ha dato la possibilità di andare in una piazza come quella di Roma. Un’esperienza importante, quella in Puglia, dove hai avuto modo di esser allenato da un altro ex romanista: Boniek. Quanto ha influito Zbigniew nel tuo arrivo a Roma?
Guarda questo non lo so però da allenatore Zbigniew mi ha aiutato tanto. Io venivo dalla Reggina e una volta tornato a Lecce c’era sempre il Parma di Nevio Scala che mi voleva. E lui (Boniek) è quello che si è impuntato per farmi stare a Lecce per un’altra stagione. Mi ha insegnato tanto perché oltre ad essere una bravissima persona era anche un ottimo tecnico. Ha influito tanto nella mia formazione da calciatore.
Nella stagione 1992-1993, durante il tuo “soggiorno” nella Capitale, esordiva un ragazzo di Porta Metronia. Un certo Francesco Totti. Qualcuno dei vari componenti della squadra aveva intuito quella che poteva essere la carriera di Francesco?
Quando ha fatto il film mi sono ammazzato dalle risate nel vedermi inquadrato. Mi ricordo di questo ragazzo, con un’importante struttura fisica, che era sfacciato. “Sfacciato” nel senso che era buono. Non era uno emotivo che stava zitto in un angolo. Si vedeva che era sveglio.
Tra le sue partite più importanti giocate in maglia giallorossa c’è anche una famosa finale di Coppa Italia contro il Torino nel giugno del 1993.
Mamma mia. Lì c’è stato qualcosa che mi ha puzzato sempre. Già in semifinale contro il Milan hanno provato a buttarci fuori in tutti i modi. All’epoca c’era Cervone in porta titolare e Zinetti in panchina. Entrambi vennero squalificati per rissa dopo la semifinale di ritorno proprio contro il Milan. Fu quindi costretto a giocare le due finali il portiere della primavera. Quella finale, soprattutto il ritorno, la ricordo come se fosse ieri. Dopo il risultato dell’andata (tre a zero per i granata) non mi aspettavo uno stadio strapieno. C’era un tifo incredibile. Penso che sia stata una delle partite in cui c’è stato il dodicesimo uomo in campo nel vero senso della parola. Immaginavo che cosa sarebbe potuto succedere se avessimo vinto quella coppa. Nonostante la mancata vittoria del trofeo ci hanno comunque applaudito. E lì capisci veramente l’amore dei tifosi verso la maglia giallorossa.
Tre anni di Roma poi due anni alla Cremonese e l’inizio di un’altra importante parentesi della tua carriera: il Bari. Anzi “la Bari”, come pretendo che i tifosi biancorossi vogliono che sia chiamata la loro squadra. Da leccese, e da ex giocatore del Lecce, come sei stato accolto dagli storici rivali baresi? D’altronde la rivalità tra le due squadre è quasi paragonabile a quella tra Roma e Lazio.
Per un leccese andare al Bari non era facile. La rivalità è davvero paragonabile a quella tra Roma e Lazio. All’inizio pensavo che non sarebbe stata facile. Però poi quando ti comporti da professionista e dai tutto è chiaro che i tifosi ti apprezzano a prescindere da dove vieni, da dove sei nato e da quelle che sono state le squadre per cui hai giocato in passato. Poi a Bari conseguimmo la promozione dalla B alla A, facemmo tre campionati nella massima serie. Eravamo riusciti a far riempire il San Nicola. Anche lì c’erano fior di giocatori. Futuri campioni del mondo come Perrotta e Zambrotta e tanti altri giocatori che poi hanno avuto carriere importanti.
Con il galletto sul petto arriva subito una promozione in Serie A, dove con la fascia al braccio, disputerai altre tre stagioni. Poi però arriva la rottura con Mister Fascetti (all’epoca sulla panchina del Bari) e la rescissione consensuale del contratto a fine 2000. Una situazione che sembra ricordare quella attuale tra Dzeko e Fonseca. Sono situazioni che si possono ricomporre?
Non so se la situazioni era identica. Nel mio caso la situazione non era personale. Ero il capitano e rappresentavo i malumori della squadra. Anche se poi gli unici ad aver pagato sono stato io e il vicecapitano Franco Mancini. In quel caso mi aspettavo qualcosa di più dal resto della squadra. Per quanto riguarda Dzeko e Fonseca bisogna capire se il bosniaco abbia avuto problemi con l’allenatore per motivi personali o problemi legati a tutta la squadra. Fatto sta che bisogna mettere i personalismi da parte e avere un unico obiettivo: la squadra, la Roma. Si devono comportare da professionisti. Non penso che sia un problema perché sono entrambi due persone adulte. Se ciò non avvenisse sarebbe un danno per tutta la squadra. Una squadra, che secondo me, ha ottime chance per arrivare in Champions.
Quindi da ex difensore pensi che il pacchetto difensivo romanista sia adatto per competere per le prime quattro posizioni?
Per la mia concezione di difesa la Roma ha tra alcuni dei difensori più forti del campionato. Hanno la capacità di difendere oltre a quelle di impostazione. Hanno la cultura del marcatore, che molti in Serie A non hanno. Si vede che sono quasi giocatori vecchio stampo. Mancini, che sa marcare a uomo, si vede che ha lavorato con Gasperini. Stesso discorso vale per Kumbulla e Smalling.
Dopo le ultime stagioni con Torino, Grosseto e Taranto inizia la tua avventura da allenatore e da collaboratore di tanti altri tecnici. Come procede?
Da un anno sto fermo perché non c’è niente di intrigante. A me piace lavorare con i giovani. Ho fatto la primavera a Trapani e sono stato il secondo di Evani con la nazionale Under-20. Un’esperienza importante, quella con l’Under-20, se penso al terzo posto ottenuto ai mondiali del 2017. Un risultato ottenuto nonostante all’epoca, noi dell’Under-20, non fossimo stati “presi in considerazione”, a differenza dell’ultimo mondiale. Perché, mentre nel resto del mondo la nazionale Under-20 è considerata la seconda nazionale, solo in Europa esiste l’Under-21. Infatti quando siamo andati a fare il mondiale con la nazionale Under-20 gli altri giocavano con i più forti. Penso ad esempio all’Uruguay che schierava gente del calibro di Bentancur. Noi invece che avevamo i Donnarumma, i Locatelli, i Chiesa non ce li hanno dati perché servivano un mese dopo per l’Under-21. Se fossimo andati al completo avremmo vinto sicuramente.
Tornando alla Roma. Come lo vedresti un arrivo all’interno dei quadri dirigenziali di alcune bandiere del club con le quali hai condiviso l’esperienza alla Roma? Pensiamo a Sebino Nela, a Rizzitelli e magari a un ritorno di Totti?
Mi sembra strano che giocatori come Giannini, che hanno fatto tanto per la Roma non stiano in società. Anche lo stesso Vincent Candela che ancora vive a Roma. Figure importanti che hanno fatto la storia di questa società. Lo stesso discorso vale anche per i Totti e per i Nela. Persone per bene che non solo capiscono di calcio ma conoscono a fondo l’ambiente. Alcuni direttori sportivi pensano che Roma sia una piazza normale, quando invece non è assolutamente così. Se non ci hai vissuto e se non ci hai giocato non puoi capire la Roma e i suoi tifosi.
Nella stagione 1993-1994 hai vissuto il cambio di proprietà. Da Ciarrapico a Sensi. Uno scenario che si è riproposto qualche mese fa con il passaggio delle redini del club da Pallotta ai Friedkin. Quali sono le tue aspettative nei confronti della nuova dirigenza?
Di solito quando c’è un cambio si spera sempre che si possa migliorare. Ovviamente bisogna dare tempo a questa nuova società che ha già investito molti soldi. Poi il calcio va capito, è un’azienda particolare. Si spera e mi auguro che questo cambio possa portare dei miglioramenti economici e quindi di conseguenza anche delle vittorie.
Dalle aspettative della Roma a quelle di Luigi Garzya. Quali sono i suoi futuri progetti?
Oramai tutte le società, a livello giovanile, prendono gli allenatori del posto. Lo fanno perché sono in difficoltà da un punto di vista economico e quindi, giustamente, investono in allenatori e giocatori del posto. Diventa quindi difficile allenare. Considera anche che stanno diminuendo numericamente le squadre. Basti pensare alle condizioni in cui versano i vari club in Lega Pro. Io, per l’amore che provo nei confronti di questo sport, a Lecce lavorerei a qualsiasi condizione.
E a Roma? Magari per dedicarti al settore giovanile?
Anche gratis.



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Fabiana (venerdì, 05 febbraio 2021 10:27)
Bellissima intervista, complimenti. Domande interessanti, trasversali a più temi e mai banali. Stile comunicativo diretto e che coinvolge. Grazie