di Daniel Grazioli
Direttamente dal Brasile abbiamo in esclusiva raggiunto telefonicamente Julio Sergio, ex portiere giallo-rosso molto amato dai tifosi. In questa lunga intervista sono state molte le tematiche trattate: dalle stagioni in panchina, all'annata 2009/10 fino alle considerazioni sulla Roma attuale. Queste le sue parole:
Le maggiori differenze tra il calcio italiano e brasiliano.
"Sicuramente la più grande differenza tra l'Italia e il Brasile è l'applicazione tattica. Per molti anni il Brasile ha vinto Mondiali e altre competizioni continentali grazie ai singoli mentre nel calcio moderno ciò non è più possibile. Dopo il Campionato Mondiale del 2014 si sta provando a cambiare iniziando a lavorare maggiormente sul piano tattico e l'applicazione dei calciatori negli schemi, ma siamo ancora indietro rispetto ad altre Nazionali".
Sulle tre stagioni iniziali a Roma senza scendere in campo.
"Non è semplice per un calciatore restare in panchina sempre, soprattutto se fai il portiere poiché è un ruolo di fiducia e se non succede niente di straordinario le gerarchie restano tali. Molte volte andavo addirittura in tribuna perché in panchina c'erano prima Curci e poi Artur (secondi portieri n.d.r), ma finalmente dopo 3 anni ho avuto la possibilità di esordire".
Sul rapporto con Doni e la vita extra-calcistica a Roma.
"Non eravamo amici stretti, ma comunque c'era un normale rapporto di lavoro. Avevamo modi diversi di pensare ma lo rispettavo molto. Nei sette anni nella Capitale ho passato tanto tempo a casa con la mia famiglia, ma fuori dal campo ho legato molto con Taddei che è un ragazzo straordinario, e anche con Pizarro con cui andavo a giocare a tennis".
Sul clima che si respirava nello spogliatoio.
"Entrare a 26 anni nello spogliatoio e vedere calciatori del calibro di Totti, De Rossi, Montella, Panucci, Dacourt, Cufrè è stato emozionante e ci siamo sempre rispettati. Con Panucci poi ho stretto un rapporto speciale, al quale voglio molto bene perché è sempre stato sincero, professionista e mi ha insegnato molto".
Su Totti e De Rossi.
"Francesco dava spettacolo quando scendeva in campo, mentre fuori era un ragazzo straordinario che amava molto fare scherzi e barzellette. Gli volevamo tutti un gran bene perché per quello che rappresentava per il calcio era assolutamente tranquillo. Daniele ha scritto una bellissima storia con la Roma ed è un bravissimo ragazzo di molta personalità".
Un aneddoto su De Rossi.
"Ricordo un minuto dopo la mia partita d'esordio con la Juventus in cui mi ha detto che i bravi ragazzi come me meritano sempre le cose positive e mi ha fatto i complimenti. Un momento bellissimo che racconto sempre come esempio a mio figlio che ha appena iniziato a giocare calcio come portiere, poverino (ride n.d.r)".
Sulla stagione 2009/10.
"Abbiamo lottato ad armi pari con l'Inter che quella stagione fece il Triplete con una squadra fantastica. Avevamo faticato molto per arrivare a quel livello, e perdere 2-1 con la Sampdoria all'Olimpico dopo aver chiuso il primo tempo in vantaggio è il più grande rimpianto della mia vita professionale. Sono stati 45 minuti in cui abbiamo vanificato tutto ciò che di buono avevamo fatto, ed infine abbiamo concluso la stagione senza trofei".
Sul perché la Roma non vince trofei dal 2008.
"Sicuramente perché nel calcio italiano ci sono dei momenti speciali in cui c'è sempre una squadra che domina come l'Inter negli anni in cui giocavo io, oppure la Juventus ora. A Roma le emozioni sono sempre al massimo, sia positive che negative, e questo alla fine non fa' avere la mentalità vincente. Non è che dopo 3/4 vittorie sei al top del livello, mentre nei momenti negativi pensi che va tutto male. C'è bisogno di più equilibrio nelle azioni".
Sulla città, la squadra ed i tifosi.
"La città è meravigliosa, mentre per chi gioca contro la squadra c'è sempre la consapevolezza di affrontare un club importante. I tifosi poi ci davano una spinta enorme per fare il massimo; giocare nell'Olimpico è un emozione unica che in soli altri 2/3 stadi puoi provare. Soprattutto la carica che ti da' il pubblico durante la canzone iniziale (Roma Roma Roma n.d.r) è impressionante".
Sulla stagione dopo lo Scudetto sfiorato.
"Molti calciatori non giocavano con continuità, e forse non riuscivamo a capire la mentalità di Ranieri e quindi abbiamo cominciato a perdere il controllo della situazione. Poi ho anche perso il posto da titolare quando è arrivato Montella che mi preferì Doni dato che i due avevano giocato tanto insieme. Sono decisioni che gli allenatori devono prendere e io l'ho rispettata".
L'importanza degli infortuni nella sua carriera.
"Hanno influito senza dubbio. Poi per me che non ero un portiere molto alto, ma agile e reattivo convivere con un'asimmetria al bacino non era semplice, soprattutto perché mi costringeva a fare molte ore di fisioterapia pre e post allenamento per essere pronto a giocare a calcio. Il tutto era molto disgustante e di conseguenza a volte il mio corpo non reggeva facendomi saltare qualche partita per infortunio togliendomi molte soddisfazioni che potevo raggiungere con la maglia della Roma. Nonostante ciò sono soddisfatto di quello che ho fatto in carriera".
Sulle persone che hanno influito maggiormente nella sua carriera.
"Fuori dal campo il mio agente Alessandro Lucci e il suo collaboratore Lelli sono stati importantissimi perché mi hanno dato tutto ciò che possono offrire dei procuratori, così come tutti i miei allenatori tra cui Spalletti che mi ha fatto imparare tanto del calcio italiano nonostante non giocassi. Poi i preparatori dei portieri, in particolar modo Giorgio Pellizzaro con cui ho fatto il salto di qualità diventando titolare con Ranieri".
Su Pau Lopez.
"È difficile giudicarlo senza vedere gli allenamenti e guardare tutte le partite. Sicuramente è un portiere importante, ma è difficile dire se diventerà il portiere del futuro della Roma. Deve ancora crescere e mi auguro che faccia benissimo perché è un professionista ma le scelte poi le deve fare l'allenatore".

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