di Gabriele Manfridi
Roma-Torino, 20 aprile 2016.
No non è una partita, è una fiaba. C'è un personaggio buono, l'eroe, e uno cattivo. L' eroe sappiamo tutti chi è: ha una corazza giallorossa con inciso dietro il numero 10. Il personaggio
cattivo secondo alcuni potrà essere il toro granata secondo altri invece, magari, uno stratega di Certaldo: Spalletti. In questa storia secondo me il cattivo, non è né l'uno né l'altro, è il
Tempo. Sì perché Totti quella sera non ha sconfitto il Torino, né tanto meno Spalletti. In quei minuti finali, anzi in quello che stava per diventare il nostro "lieto fine", il cavaliere di Porta
Metronia ha sconfitto il Tempo. Ci siamo resi conto di come nonostante i secondi, i minuti, le partite, le stagioni e i campionati passino, qualcosa rimane costantemente ancorato al presente.
Qualcosa si contrappone allo scorrere del Tempo: la Passione. Quella passione che ha spinto il nostro capitano prima a pareggiare con una spaccata, degna del migliore Pierino Prati, poi a
prendere quel pallone pesantissimo, che poteva procurargli più oneri che onori, metterlo sul dischetto e scaraventarlo alle spalle di Padelli. "Alla facciaccia vostra". Zampa aveva ragione. Alla
faccia del Tempo e di chi crede che la Passione a volte vada moderata, se non addirittura soffocata.

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