di Gabriele Manfridi
La partita è finita e la televisione è stata spenta dal triplice fischio. Mi giro a sinistra e vedo mio padre con le mani congiunte per coprirsi il volto. Sembra quasi che mi voglia nascondere
qualcosa. Eppure quelle mani non bastano. Noto gli occhiali sul comodino di vetro affianco a lui e capisco tutto. In vent'anni di vita non ho mai visto gli occhi di mio padre rossi, intenti a
resistere il più possibile alle lacrime: la resistenza alla sofferenza. Mi sento spaesato e mi lascio guidare dall'istinto. Avete presente quando vivete una situazione a voi talmente nuova che
neanche sapete come vi siete comportati? Non ve lo ricordate. Sembra quasi che il passato non sia mai esistito. Eppure, io, quell'istinto me lo ricordo eccome. Perché? Perché mi basta pensare al
futuro. Vedo me adulto, sprofondato su una poltrona, con poche, ma ci sono, lacrime che mi tracciano il viso (sono uno dal pianto facile e non penso che, nell'arco della mia vita, riuscirò a
estinguere totalmente questo lato del mio carattere). Guardo verso il basso come se stessi cercando delle consolazioni sotto il mento. Poi, all'improvviso, sento due braccia che mi cingono il
collo. Mi sembrano due braccia tanto sconosciute quanto familiari allo stesso tempo. Mi giro.
Effettivamente mi assomiglia tanto.

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