di Gabriele Manfridi
Ieri, dopo tanto tempo, ho ripreso in mano il mio libro (mi fa ancora strano pensarlo e dirlo,
forse è arrivato il momento che assimili la cosa) e l'ho aperto. "A me stesso. La vita è bella, non te lo dimenticare mai. Lele, 26/02/2021". Questa la dedica riportata nella prima pagina
bianca. Sono passati nove mesi eppure leggerla mi serve ancora. Anzi forse proprio perché sono passati nove mesi ho l'istinto di rifarla mia a distanza di tempo. Ed è successo questo. L'ho riletta e
l'ho rifatta mia. Come una boccata d'ossigeno. Ogni tanto, però, per compiere un gesto all'apparenza così semplice, ma al tempo stesso tanto vitale, come inspirare un po' d'aria, dobbiamo chiedere
aiuto a qualcuno. Un aiuto che a volte arriva nel momento più inaspettato. Anche perché non pensiamo d'averne bisogno. Non ne siamo consci. E invece all'improvviso arriva. Arriva tuo fratello che ti
dice: "Va tutto bene, non ti preoccupare. Ti voglio bene". Basta questo. Il poco che diventa tanto. Il nulla che diventa amore. Il nulla che nasce da una voce fraterna. Sta a noi, però, dover capire
di chi è quella voce fraterna. Può essere quella di un amico, di un'amica, di un genitore, di uno sconosciuto oppure forse è proprio la tua. Quella delle tue passioni. Come quelle che
di domenica sera ti fanno esultare due volte nel giro di poco più di dieci minuti. Come la voce di un ragazzino ghanese che ti ricorda che si può essere felici.

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