"Meglio essere assassinato piuttosto che essere investito"

di Gabriele Manfridi 

"Errare è umano". Quante volte ce lo siamo sentiti dire? Io molte. Quella frase virgolettata, nella stragrande maggioranza dei casi, l'ho vista uscire dalla bocca o dei miei genitori, o dei miei amici, o dei miei insegnanti. Tutte persone che tengono al sottoscritto e si sono sentiti in dovere, in determinate situazioni, di farmi capire che autoflagellarsi l'anima pensando agli errori del passato non ha nessun senso. Tutti dentro di noi lo sappiamo, però, ogni tanto, abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi, quasi come se dovessimo risalire in superficie e prendere una boccata d'ossigeno per poi tornare a immergerci nel mare della vita e delle imperfezioni che essa comporta. Nonostante ciò oggi, due giorni dopo la sconfitta della Roma contro il Milan, non riesco a evitare di rimuginare su una serie di errori. Non mi riferisco a quelli commessi dai nostri giocatori o dal nostro allenatore. Loro no. Se loro hanno sbagliato, com'è stato purtroppo, devono assolutamente capire ciò che l'altro ieri sera è andato storto e rimediare nelle prossime partite. Poi però le loro colpe hanno una fine. Una sorte di confine. Cioè quello di permettersi disattenzioni, più o meno decisive, proprio perché "errare è umano". I miei pensieri sono invece rivolti ad altro. Sono rivolti a quella che ormai è diventata un'entità sovrumana: il VAR. All'inizio, quando era stato introdotto in Serie A, pensavo che potesse risultare utile. Con il passare del tempo e con il permanere di una serie di errori arbitrali l'ho iniziato a vedere come una divinità elettronica bendata. A volte c'è ed interviene correttamente, altre sparisce e lascia l'omino in divisa gialla da solo, privo di un aiuto a lui superiore, in preda a uno stato di deficienza, in quanto ormai disabituato ad affidarsi alle proprie capacità umane. Se proprio devo morire allora preferisco essere assassinato da un killer professionista e non investito da un treno che nessuno è in grado di guidare.

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