12 giorni di nulla

di Gabriele Manfridi


Non lo so. Forse è stata solo una coincidenza. Forse no. Dodici giorni di pausa nazionali, dodici giorni di esaurimento psicologico. Sarà per le continue restrizioni, sarà per il quasi totale segregamento casalingo, fatto sta che nelle ultime due settimane ho patito più del solito la "situazione pandemia". Certo l'assenza del campionato, anzi l'assenza di Roma, ha contribuito notevolmente alla mancanza di stimoli emotivi in queste giornate del recente passato. Dodici giorni in cui non riuscivo a far nulla con entusiasmo. Riuscivo solo a leggere alcuni racconti dello scrittore statunitense Raymond Carver. Ho anche provato a seguire la Nazionale. Purtroppo però le partite di Nations League, competizione secondo me inutile (soprattutto in questo periodo particolare che il calcio sta vivendo), non riescono a coinvolgermi emotivamente neanche come potrebbe fare una semplice gara di qualificazione ai Mondiali o agli Europei. Non mi andava neanche di seguire telegiornali o trasmissioni calcistiche. Con il passare del tempo il calcio fuori dal rettangolo verde mi interessa sempre meno. Mi interessa solo il calcio giocato, e quindi la Roma. Divento sempre più romanista e sempre meno appassionato di questo sport, inteso nella sua totalità di squadre e competizioni diverse. "Capisci il valore delle cose solo quando le perdi". Potrebbe essere lo slogan di questo 2020. Potrebbe essere lo slogan di queste mie ultime due settimane. L'assenza di Roma, di quei novanta minuti più recupero è atroce. Mi è mancata quella sensazione, come direbbe Raymond Carver quando parla del rapporto tra il lettore e la lettura, di finire di vedere una partita, restarmene seduto un momento o due in silenzio, di mettermi a riflettere su ciò che ho appena vissuto; e magari rendermi conto che il mio cuore e la mia mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima.

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