di Bruno Bertucci
Ottantaquattresimo minuto, Kumbulla gonfia la rete intrecciata di San Siro: è 3 a 3. Sofferto e voluto, il pari di Milano descrive di una Roma guerrigliera, che non si arrende durante le avversità; al momento della rete un ragazzo con il numero 9 sulle spalle e con la fascia da capitano al braccio non corre verso i suoi compagni ma stringe i pugni ed esulta come fosse un tifoso qualsiasi. Qualunque romanista, in quel momento, ha alzato i decibel del luogo dove si trovava. Edin Dzeko è questo, e forse anche di più. 5 le presenze in stagione, di cui 4 in campionato; 3 i gol siglati (uno ogni 118 minuti). In estate è diventato il protagonista del valzer degli attaccanti ma per la terza volta consecutiva rimane saldo al suo posto. Chelsea, Inter e Juventus sono state vicinissime al suo acquisto ma il bosniaco ha sempre messo davanti il volere della società che in un modo o nell’altro se lo tiene tra le proprie fila. Professionista esemplare, lui ed il suo agente, che non si tediano del comportamento assurdo di una dirigenza che cerca di rivitalizzare il progetto volendo mandar via uno degli attaccanti più forti della storia giallorossa. La mappatura dei suoi movimenti registra il suo punto focale sulla trequarti, proprio perché ama partire da dietro e far salire i suoi compagni. Punta atipica, un centravanti dai piedi delicati… difficile trovarli. L’urlo del cigno di Sarajevo è liberatorio, la soddisfazione di indossare la maglia della Capitale e l’orgoglio di esserne il capitano è la ciliegina sulla torta. Il fronte d’attacco ha un nome ed un cognome: il suo.

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