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Y Come Yanga Mbiwa

di Gabriele Manfridi 


Y come Yanga-Mbiwa. Un nome, un gol. Un gol che, nel preciso istante in cui viene ricordato, dà il via all'inizio di un racconto. E qualcosa grazie a quel racconto riprende vita. Riprende vita una giornata: il 25 maggio 2015. Incredibile cosa sia in grado di fare la memoria di un gol. La memoria dell'immagine di una persona che con una parte del proprio corpo (eccetto mani e braccia) spinge dentro una rete un pallone. Una scena che per vederla basterebbe affacciarsi dal proprio balcone, buttare un occhio in un piazzale e ammirare la genuinità di quel gesto compiuto da qualche ragazzino per strada. Il dipinto è lo stesso, cambia solo la cornice. Quel 25 maggio 2015 la cornice era quella del Derby Capitolino. Penultimo turno di campionato, noi siamo secondi a quota 67 punti mentre gli appassionati di podistica sono al terzo posto a una sola lunghezza dalla nostra compagine. Se vinciamo siamo aritmeticamente qualificati alla prossima edizione di Champions League. A inizio anno speravamo a questo punto della stagione di poter ancora competere per lo scudetto. Purtroppo dopo una buona partenza gli uomini di Garcia da inizio gennaio non riescono più e tenere il passo della Juventus. Si vince poco e si pareggia tanto, tantissimo. Nel frattempo i biancocelesti iniziano a recuperare terreno e grazie all'eccezionale stato di forma di Felipe Anderson, che sembrava essere la reincarnazione di un giovane Cristiano Ronaldo, a poche giornate dal termine del torneo entrano in corsa per il secondo posto (che allora voleva dire entrare in Champions dall'ingresso principale). "Secondo posto, per noi minimo sindacale... per voi trionfo mondiale". Lo striscione comparso in Sud in quel pomeriggio di fine maggio era l'emblema degli stati d'animo delle due tifoserie. Non ero mai stato così sicuro di perdere un Derby prima ancora che l'arbitro decretasse il fischio d'inizio. La paura di perdere che macinavo dentro di me iniziava ad uscire da ogni mio poro. E, una volta entrata a contatto con il mondo esterno, quella paura di sconfitta si trasformava in certezza di sconfitta. Era come se tra quella paura, la mia     paura, e tutto ciò che mi circondava ci fosse stata una reazione chimica. Il prodotto di quella reazione sembrava esser qualcosa di incontrovertibile. Respiravo la sconfitta. I primi 45 minuti di gioco li vissi con la stessa ansia rinunciataria di chi sta per salire al patibolo. Poi al 28' del secondo tempo arriva la rete di Iturbe. "Abbiamo segnato troppo presto, è un gol inutile". E pochi minuti più tardi, con il pareggio di Djordjevic, la mia certezza di inizio gara stava realmente prendendo forma. Almeno così pensavo. Allora avevo 14 anni e, a differenza di oggi, non sapevo che nella vita, e nell'animo di chi ne prende parte, non c'è niente di certo. Nessuno ci potrà mai dare un libretto in cui vengono elencati i punti che regolano quel grande insieme chiamato vita. Lo sapeva benissimo anche Montale. "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato". E allora non stiamo a chiederci perché proprio lui, perché proprio Mapou Yanga-Mbiwa, un uomo nato a Bangui (la capitale della Repubblica Centrafricana), abbia sfidato e abbattuto quelle certezze della vita che in realtà non sono altro che delle illusioni.

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