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V come vittorie

di Gabriele Manfridi


V come vittorie. "Per il prossimo articolo della rubrica voglio smetterla di vestire i panni dell'eterno sognatore che nel profondo crede che l'unica ed eterna vittoria sia quella di essere romanista. Voglio essere cinico. Voglio scrivere di quelle non innumerevoli vittorie che hanno contribuito a rendere grande la Roma". La riflessione su riportata ha preso forma qualche giorno fa. Stavo rileggendo un mio vecchio articolo dell'Alfabeto Romanista: "F come Fede". Nel pezzo paragono il diventare romanisti all'impresa di intraprendere un percorso tortuoso. In questo percorso spesso capita di perdersi in selve oscure e di non vedere per un po' la luce del giorno. Nonostante l'oscurità da cui siamo circondati, grazie a un'altra luce, quella della fede giallorosa, riusciamo a tornar a vivere momenti di gioia e ad arrivare sulla cima di un monte dal quale possiamo guardare tutti sotto di noi. Ecco voglio soffermami a ricordare quelle volte che riuscimmo ad inerpicarci più in alto di chiunque altro, secondi solo al cielo. Non posso privarmi del privilegio di narrare il nostro primo scudetto. L'Italia era in guerra ma il calcio andava avanti lo stesso. "Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio". Troppo importante il gioco del pallone per il popolo italiano. Lo sapeva benissimo Mussolini e lo sapeva benissimo anche un certo Winston Churchill (sua la frase sul particolare e diverso rapporto che l'italiano ha con i campi di calcio e con le trincee). "Ma sì facciamoli giocare. Almeno si distraggono. Tanto vince una squadra del Nord". Questo avrà pensato il fondatore dei Fasci di Combattimento. Non fu così. Nella stagione 1941-42, per la prima volta nella storia del calcio italiano, viene rotta l'egemonia delle formazioni del nord e lo scudetto finisce a favore di una squadra del centro-sud: la Roma. L'attacco di quella compagine campione d'Italia era guidato dall'impensabile coppia del "Regno d'Italia e d'Albania": Amedeo Amadei e Krieziu. Il Fornaretto e la Freccia di Tirana riuscirono ad opporsi allo strapotere dei club del settentrione e a regalare alla Capitale il suo primo scudetto. Il secondo arriverà nella stagione 1982-83. È la Roma di Viola. È la Roma di Liedholm. È la Roma di Agostino, di Bomber Pruzzo, di Tancredi, di Conti. È la Roma soprattutto del Divino. Paulo Roberto Falcão. Forse la Roma che conosco meglio, forse anche meglio di quella attuale. Da quando sono ragazzino le vittorie, e anche le sconfitte (ma oggi non se ne parla!) di quella squadra, mi vengono raccontate da mio padre quasi fossero delle fiabe. Una fiaba dove ci sono degli eroi con la corazza giallorossa, guidati dall'ottavo Re di Roma, che devono riappropriarsi di qualcosa: dello scudetto del campionato 1980-81. Lo scudetto di Turone. E come tutte le fiabe, anche in questa il bene prevale sul male, aggiustando il passato attraverso il presente. Ultimo ma non meno importante è il tricolore conquistato il 17 giugno del 2001 alle ore 17:03. Un campionato che posso dire di aver vissuto. Ero nato da poco più di un mese. Al fischio finale di Roma-Parma i miei genitori presero mio fratello e il sottoscritto, sigillato nel marsupio per bambini, e ci portarono prima a Largo Argentina e poi al Circo Massimo. Questa volta nella fiaba c'ero anche io. 

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