Fulvio Bernardini

di Francesco De Paolis


Vi siete mai chiesti a chi è intitolato il centro sportivo di Trigoria? Vi siete mai chiesti cosa rappresentasse quel nome altisonante dal fascino misterioso e antico?

Fulvio Bernardini è stato simbolo di un sentimento, di un'identità, di un modo d'essere. Il primo segnale di rara eccezionalità lo diede quando non era ancora in grado di parlare: nacque il 28 Dicembre 1905 Roma, ma per un errore dell'anagrafe fu registrato solo l'1 Gennaio 1906. Quello era solo il preludio ad una vita e una carriera speciale, solo l'inizio di un interminabile andirivieni di gioie ed emozioni. Cresciuto nelle giovanili della Lazio e maturato nella prima squadra dell'Inter, approdò alla Roma nel 1928 all'età di 23 anni, ma già con un solido bagaglio d'esperienza alle spalle. Della nuova società capitolina divenne ben presto un leader ed un'icona di talento e passione. Dopo aver iniziato la carriera come attaccante, nel suo periodo interista si dovette abbassare a giocare mezz'ala o centromediano, per via dell'ascesa di Giuseppe Meazza. Assieme ad Attilio Ferraris IV incarnò lo spirito romano e "testaccino" di una squadra che, nonostante la giovane età, aveva impiegato poco tempo trovare la propria dimensione ed identità.

Bernardini era un centrocampista dalle spiccati doti tecniche e dal buon fiuto del goal che, unito ad un'intelligenza calcistica fuori dall'ordinario, gli consentiva di finalizzare la manovra dopo averla sapientemente impostata. Proprio per questa sua propensione offensiva e per la sua superiorità tecnica (che talvolta risultava dannosa per i meccanismi di un collettivo scientificamente organizzato) fu escluso da Vittorio Pozzo dal giro della nazionale del '34, a causa di un'evidente incompatibilità tattica (almeno a detta del ct italiano). Nello stesso anno però, divenne capitano della Roma per via dell'abdicazione di Ferraris, non più molto amato dalla dirigenza giallorossa. Dopo aver concluso la carriera da giocatore nel '45, si dedicò con successo ad una lunga esperienza da allenatore, che fu coronata dai trionfi nazionali con Fiorentina e Bologna. Come commissario tecnico si contrappose alle idee calcistiche anni '60 secondo cui il gruppo veniva prima del singolo e divenne l'emblema del "calcio dai piedi buoni", selezionando solo interpreti qualitativamente dotati al fine di creare, a detta sua, una squadra senza punti deboli. Nel '74, dopo il disastroso mondiale tedesco, dovette traghettare la nazionale italiana per cercare di restituire una forma ad una squadra distrutta, mettendo da parte i "senatori" come Mazzola e Rivera per dare spazio ad una generazione fenomenale che con Bearzot diverrà leggendaria. Morì nel 1984 e fu seppellito al cimitero Flaminio, nella sua Roma.

Storia del football italiano e Capitolino, Fulvio "Fuffo" Bernardini, eroe di campo Testaccio.

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