di Gabriele Manfridi
U come Ultrà. Se ami il calcio non puoi non aver mai sognato da ragazzino di diventare un calciatore. Sarebbe contro natura non desiderarlo. Certo, con l'aggiungersi degli anni sulle spalle, diventa sempre più difficile ergersi a contemplare lo spazio infinito e indeterminato della vita e sognare. Quando però, nei momenti di felicità, riusciamo anche solo un po' a sollevare lo sguardo da terra, qualcosa dentro di noi si smuove. No, non sono i crampi causati dallo "sforzo" fisico appena compiuto. È l'immaginazione. L'immaginazione secondo me è un processo mentale che ci permette di creare qualcosa che sappiamo non appartenere mai alla realtà. Il sogno o il desiderio, invece, nasce con l'idea di poter godere di quelle che riteniamo essere le gioie più appaganti della realtà stessa. Tutto questo "pippone" filosofico-metafisico serve semplicemente per dirvi che, anche se ormai siamo ventenni che possono giusto giocare il lunedì a calcetto con gli amici o vecchi decrepiti che inveiscono pure contro la loro ombra, siamo ancora in grado di immaginarci giocatori, ma in questo caso non vorrei mai giocare una partita a porte chiuse. Sarebbe come non essere un calciatore. Perché? Perché il calcio senza tifosi non è calcio. E il tifo senza ultrà non è tifo. Quale sarebbe la storia della Roma senza il CUCS. Non avremmo mai potuto vedere Falcao correre con il pugno verso il cielo sotto la Sud. Il mondo calcistico non avrebbe mai potuto vedere il 16 marzo del 1986 lo Stadio Olimpico tinto interamente di giallorosso. E anche se oggi non abbiamo più il CUCS, l'amore emanato dal mondo ultrà romanista rimane comunque ciò che anima la Roma. Senza gli ultrà il popolo giallorosso non avrebbe mai potuto rivendicare in maniera così emblematica le proprie tradizioni e il proprio stemma, come è successo nel derby di fine gennaio. Se immagino di portare la lupa sul petto non posso non essere attratto, quasi in maniera magnetica, dallo scavalcare i cartelloni pubblicitari e correre verso la Curva Sud. Verso la Roma.

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