di Gabriele Manfridi
T come Totti. Al mondo ci sono cose che rifiutano di sottomettersi a uno scopo. Sono due ore che sto davanti al computer e non riesco a iniziare questo benedetto articolo. Dare il via a un discorso che abbia come argomento Francesco Totti è come cercare di spiegare cosa si prova quando ci si pone di fronte a uno specchio e lo si fissa intensamente per un po' di tempo. Mentre stai là a guardare l'immagine riflessa delle tue pupille, l'unica cosa di cui sei consapevole è che stai vivendo qualcosa che non potrai mai capire fino in fondo. Forse lo stesso ragionamento può valere anche per Totti: non potremo mai capire appieno cosa rappresenta Francesco Totti. Capitano, bandiera, leggenda, campione eterno ecc. ecc. No, Totti non è "solo" questo. Sappiamo dentro di noi, dentro la nostra anima giallorossa, che Totti è anche qualcos'altro. La notte del 28 maggio 2017 non ero triste perché Totti come calciatore aveva dato l'addio al calcio e alla Roma, ero triste perché da quel giorno in poi qualcosa nella mia vita, dopo 16 anni, sarebbe cambiato. Sono nato e cresciuto con Totti. “Il pensiero di Totti” c’è sempre stato, e senza neanche accorgermene è diventato parte integrante del mio essere. Per 16 anni, in quel vis a vis tra me e lo specchio, Totti è stato una parte della mia immagine riflessa. Totti era me e io ero Totti.

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