di Francesco De Paolis
Non tutti gli eroi hanno una buona fama: i vari Batman, Magneto e Vedova Nera infatti, portano con loro una sorta di aurea oscura, quasi misterica, molto profonda e radicata che li rende a loro modo speciali. Alcides Ghiggia potrebbe essere definito così, un buon antieroe.
A partire dai suoi primi anni di carriera al Peñarol di Montevideo, la squadra più importante della sua città natale, Ghiggia evidenziò subito una predisposizione al gioco rapido e alla progressione palla al piede, qualità che spesso lo fecero apparire "eccessivo" e "irrispettoso" agli occhi degli avversari che, impotenti di fronte al dribbling fulminante di quel ragazzino, spesso finivano con l'essere umiliati.
Un viso scavato e spigoloso, gli occhi vispi e la faccia non proprio da bravo ragazzo amplificarono l'antipatia mediatica verso un giocatore che, nonostante le grandi abilità tecniche, risultava spesso particolarmente fastidioso.
Nel '50 era stato assieme a Schiaffino mattatore della tragedia del "Maracanazo" -la finale di Coppa del mondo vinta dall'Uruguay contro il Brasile padrone di casa. Nel 1953, precisamente il 31 Maggio, fu acquistato dall'As Roma e i tifosi, in visibilio per il campione ingaggiato, impazzirono letteralmente di gioia.
Giocate da capogiro, prodezze funamboliche e tanto divertimento accompagnarono i suoi anni giallorossi che però, sfortunatamente, gli regalarono solo la gioia della Coppa delle Fiere del '61.
Per i mondiali del '58 fu convocato come "oriundo" dalla nazionale italiana che, essendo in un periodo di crisi, provò a puntare sui giocatori naturalizzati. Superfluo dire come finì quel tentativo...
Nel '62 fu venduto al Milan dove vinse uno scudetto che aveva inseguito a lungo con la lupa sul petto.
Morì nel 2015 a 88 anni, ma il suo ricordo accompagnerà gli incubi dei brasiliani per molti anni ancora.
Alcides Ghiggia, l'ala destra che inginocchiò il Brasile.

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