di Gabriele Manfridi
S come sogno. L'altra notte, sdraiato sul mio letto con in sottofondo il rumore del ventilatore sparato a palla verso il sottoscritto e con lo sguardo puntato a guardare la bianca parete di camera mia, pensavo a quanto fosse bello quel momento che stavo vivendo. Mi ritrovavo in un mio piccolo spazio di vita nel quale poter dar sfogo a tutte le mie fantasie e i miei desideri. Sognavo ad occhi aperti. Da sempre ritengo che andare a dormire senza regalarsi qualche minuto da svegli sia un'occasione persa. Significherebbe rifiutare un regalo della vita. Significherebbe rifiutare di immaginare la propria vita svincolata dalle esigenze del destino e dipendente solo ed esclusivamente dai pensieri di chi sta sognando ad occhi aperti. Cosa c'entra il sognare ad occhi aperti con la Roma? Aspettate. Continuo a sottolineare l'espressione "ad occhi aperti" perché tra questo tipo di sogno e quello classico, messo in pratica nel momento vero e proprio del sonno, c'è un'enorme differenza. Il primo dipende infatti completamente da noi stessi, e quindi ne siamo completamente padroni, mentre il secondo è influenzato dal nostro inconscio, non decidiamo noi cosa sognare. Certo poi non devo essere io a spingere le persone a non addormentarsi subito per fantasticare su sé stessi e il proprio futuro però lasciatemi dire per un'ultima volta che è qualcosa di meraviglioso. Forse questo mio amore per il sogno "cosciente" deriva dall'amore per la Roma. Amare la Roma è come amare un sogno, che ogni tanto si trasforma in realtà. E quando decidiamo di amare la Roma lo facciamo in un momento di assoluta coscienza, sapendo quindi che per molto tempo (come in questo nostro momento storico) il sogno e la realtà potrebbero non incontrarsi. A tratti, nei periodi più bui, sogno e realtà potrebbero sembrarci due rette parallele: due rette che non si incontrano mai. Nonostante tutto oggi 31 luglio 2020, a pochi giorni dall'ottavo di finale di Europa League contro il Siviglia (squadra che ha trionfato più di tutte in questa competizione), a dodici anni dalla vittoria del nostro ultimo trofeo, quando mi sdraio a letto non riesco a non proiettare con i miei occhi su quella bianca parete di camera mia l'immagine di Dzeko che alza al cielo il trofeo. Probabilmente non succederà ma nessuno potrà privarmi di sognarlo. Nessuno potrà privarmi di essere romanista.

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