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P Come Parata

di Gabriele Manfridi 


P come parata. Nella vita ci sono persone che nascono con un determinato talento in un determinato ambito. Questo tipo di interpretazione del "talento" può essere applicato anche al calcio. Il calcio fa parte della vita, e quindi ne è un ambito. Quando si accostano due parole come "calcio" e "talento" subito, alla stragrande maggioranza delle persone, viene in mente colui che è in grado di segnare e di regalare giocate che esaltano il pubblico. Sin dalla giovane età, chi è stato privato da madre natura di questo tipo di capacità, e nonostante tutto ami il gioco del pallone, si ritrova a dover fare una scelta: decidere di cercare di arginare il talento degli avversari schierandosi o in difesa o in porta. Da ragazzino nel vecchio campetto di cemento rosso della parrocchia, non avendo nei piedi la classe né di un attaccante né di un centrocampista e un fisico abbastanza "robusto" (come dicevano i miei genitori), fu inevitabile il mio viaggio verso i pali di una delle due porte di quel rosso rettangolo di gioco. Per alcuni anni ebbi la fortuna di conoscere la bellezza di quel ruolo tanto anomalo quanto meraviglioso. Ed ebbi la fortuna di poter valorizzare a pieno ogni parata di chi difendeva la porta giallorossa. Gli anni della mia "carriera" da numero 1 coincisero con la favola di Julio Sergio. La favola del miglior terzo portiere al mondo. Una favola che rappresenta la voglia di rivalsa di chi ha dovuto aspettare tanto tempo per avere un'occasione. Una voglia di rivalsa che ancora oggi riesco a rivivere ogni volta che penso alle sue parate al derby: quella su Mauri all'andata e quella sul rigore di Floccari al ritorno. È per questo motivo che se mi chiedessero di raccontare una sola parata di tutte quelle della storia romanista probabilmente sceglierei una di queste due. Forse la prima. Fu un vero e proprio colpo di reni. Dopo il palo colpito da Zarate, verso il quale Julio Sergio si era allungato, la sfera arriva sui piedi di Mauri. Quest'ultimo di prima con il mancino calcia verso la porta capitolina (quella vera). Il numero 6 laziale impatta bene il pallone e il portiere brasiliano sta ancora a terra. Nella frazione di un secondo però si passa dalla certezza del gol biancoceleste al miracolo del nostro numero 27. Un miracolo che ancora oggi non riesco a spiegarmi. Ecco l'atto di rivalsa. La rivalsa contro la certezza di potercela fare anche partendo da terra, anche partendo non come prima scelta né come seconda scelta bensì come terza. La rivalsa di ciò che è irrazionale su ciò che è razionale. Come succede nelle favole.   

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