di Gabriele Manfridi
O come Olimpico. 28 giugno 2020 mentre la Roma vede, inerte, dissolversi nell'aria afosa di San Siro le ultime speranze per il raggiungimento del quarto posto, i miei pensieri si allontanano dal presente per rifugiarsi nel passato, dove tutto è ormai incontrovertibilmente definito. Mi rintano in un luogo di cui conosco ogni singolo spazio. Un luogo che assume più le sembianze di un museo. Un museo ricolmo di reliquie e di visioni, ricollocabili sia a dolci che a spiacevoli eventi storici. E mentre passeggio nei corridoi di questa galleria mi imbatto in una tela ritraente lo Stadio Olimpico. Un luogo nel luogo. Non osservo con attenzione la tela bensì ciò che il soggetto di essa ha rappresentato per il sottoscritto. E subito la mia mente torna al 31 gennaio 2010. La mia prima partita allo stadio (Olimpico): Roma-Siena. La Roma di quella stagione è una Roma testaccina. È la Roma di Claudio Ranieri, quella che ci ha regalato un inaspettato sogno, che purtroppo è rimasto poeticamente incompiuto. Tribuna Tevere centrale, settore 30 AS. Questo recita un rettangolino di carta tutt'ora attaccato alla parete della cucina, accanto a molte foto della mia infanzia e di quella di mio fratello. È stato nostro padre ad attaccare quei biglietti di Roma-Siena sul muro della cucina, ed è stato nostro padre a prendere per mano me e mio fratello per oltrepassare i cancelli dell'Olimpico e salire i gradini che ci avrebbero portato ai nostri posti. E mentre salivamo quei gradini, piano piano, iniziavo a intravedere qualcosa che non avevo mai visto. A ogni gradino si aggiungeva un altro pezzetto di quell'immagine che mi si poneva di fronte agli occhi. Prima la tensostruttura bianca, poi la Tribuna Monte Mario e infine il campo e le due Curve. M'illumino d'immenso.

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