di Gabriele Manfridi
Massaggiatore come Giorgio Rossi. Giorgio Rossi è stato e continuerà a far parte della storia giallorossa. Per più di mezzo secolo, 55 anni di preciso, hai accudito la nostra Roma. Da ragazzino, quando ogni tanto le telecamere riprendevano il tuo rincuorante viso, pensavo di conoscerti da sempre e pensavo che anche tu mi conoscessi da sempre. E probabilmente era così. Togliamo il "probabilmente". Era così. Eri tu che ti prendevi cura della Roma. Eri tu che ti prendevi cura della mia passione e quindi di una parte di me. Non ti sei occupato solo della salute, degli scarpini e delle maglie di Ghiggia, di Bruno Conti, di Giannini, di Totti e di De Rossi. Ti sei occupato di tutti i romanisti. Da come la storia ti racconta eri un uomo buono e gentile. Un binomio raro. Raro come i sorrisi o il "grazie" di uno sconosciuto che incontri al bar o in autobus il lunedì mattina. In mezzo al grigio di cui spesso noi persone, compreso il sottoscritto, ingiustificatamente ci piace tingere la nostra vita c'era un una ribellione di felicità. C'era la battuta e la risata di quello sconosciuto che nella depressione mattutina di un giorno lavorativo suonava come il "fratelli" di Ungaretti "nell'aria spasimante" di una notte in trincea. Forse, caro Giorgio, eri proprio tu quello sconosciuto che, con un semplice gesto, ci ricordava che dentro di noi possiamo trovare la voglia di camminare, lavorare, soffrire e gioire, se capita. Così mi piace immaginare cosa voleva dire Giorgio Rossi per la Roma. Così mi piace immaginare un uomo buono e gentile.

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