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L come Lacrime

di Gabriele Manfridi 


L come lacrime. Lacrime di sconfitta e lacrime di vittoria. Piangere è, apparentemente, uno dei pochi atti che ti permettono di esternare due sentimenti completamente opposti come la gioia (nel nostro caso, per una vittoria) o la delusione (per una sconfitta). Ma non è così. Un pianto non si può catalogare facendolo corrispondere a un'unica emozione. Ancora oggi, come quando ero ragazzino, nei momenti di grande emozione, l'abbandono alle lacrime ha rappresentato per me un'opzione vitale, quasi terapeutica. D'altronde, le lacrime, spesso, anche se di gioia, nascono da un dolore; da tutto ciò che viene dopo quel particolare dolore che un nostro grande poeta ha definito "La quiete dopo la tempesta". Ad esempio, le lacrime versate dopo la sconfitta contro la Sampdoria di Cassano e Pazzini hanno in fondo la stessa natura sentimentale di quelle versate otto anni dopo al gol di Manolas contro il Barcellona. L'altro giorno, il 30 di Maggio, Roma Tv ha trasmesso la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool del 1984. Una partita che noi romanisti, anche chi non l'ha vissuta, rievochiamo con straordinaria inquietudine. Tuttavia, ricordiamo e raccontiamo lo stesso le lacrime, i dolori e rimpianti di quella sera. La ricordiamo perché speriamo, e forse sappiamo, che un giorno potremo ridar vita a quelle stesse lacrime versate dopo la sentenza finale di Alan Kennedy, ma potendo stavolta gioire e godere per la quiete conquistata. Magari quel giorno di cui parliamo si concretizza ogni volta che la Roma ci fa vivere un momento in cui pensiamo: "Non potrò mai essere così felice nella mia vita come lo sono ora!". L'ho pensato dopo la doppietta nel giro di un paio di minuti di Totti contro il Torino. L'ho pensato dopo il gol di Yanga-Mbiwa al derby. L'ho pensato dopo il gol di Perotti al Genoa il giorno dell'addio di Totti. L'ho pensato tante volte. Pensieri in cui covano lacrime che non è detto debbano sempre essere viste.

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