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Giannini si racconta: passato, presente e futuro

di Leonardo Rantucci e Daniel Grazioli


In esclusiva la redazione di Giornale Romanista ha intervistato l'ex capitano della Roma Giuseppe Giannini. "Il Principe" si è raccontato a 360°, partendo dal suo esordio, passando per tutta la carriera, fino alle considerazioni sulla Roma attuale e sul suo futuro. Queste le sue parole:

 

Il giorno del tuo esordio (Roma-Cesena), c'è stato quel malinteso con Falcão che ti è costato probabilmente la retrocessione in Primavera per la stagione seguente. Quali sono state le tue sensazioni dopo quella partita e che cosa o chi non ti ha fatto abbattere?

Devo ringraziare la mia famiglia ed ai miei amici. Mi si prospettava un periodo critico, anche di prese in giro, quando sono tornato nei campi della Primavera. Addirittura la domenica dopo ho giocato il derby con gli Allievi Nazionali all'Urbetevere, ma non mi sono abbattuto, tanto che in quella partita io feci 2 gol. Quando sei ragazzo anche se ti demoralizzi ci sta la spensieratezza dell’età, comunque avevo giocato in Serie A, ero arrivato a coronare uno dei miei sogni: quello di giocare all’Olimpico con la maglia della Roma, nel massimo campionato Italiano. Poi è scattata quella molla, il voler ritornare a quei livelli.

 

Proprio oggi diventavi campione d’Italia con la Roma nel 1983, nonostante tu non fossi mai sceso in campo in campionato. Quanto rammarico c'è stato nel non aver mai giocato in quella strepitosa stagione?

Intanto davanti a me avevo una squadra composta da tanti campioni, io ero appena ragazzo. Nell'ultima partita contro il Torino potevo avere la soddisfazione di stare in panchina e magari giocare gli ultimi 10 minuti, ma quella settimana sono stato convocato con la Juniores e sono dovuto partire per un torneo. Comunque in quella stagione a 17 anni ho fatto diverse panchine, qualche presenza in Coppa Italia, però in campionato non ho mai avuto modo di esordire. Tutto questo è servito a forgiare un po’ il carattere, a viaggiare un po’ sopra le righe, mi è servito per imparare a dosare le emozioni. Non mi esaltavo più di tanto nei momenti belli, come non mi buttavo giù nei momenti brutti.

 

Sei dunque rimasto con i piedi per terra?

Si, qualche stronzata l’ho fatta pure io, però tutto sommato penso sia stata una carriera nella lealtà, nella sportività e nella professionalità di cui vantarsi. Sono sempre stato un professionista, uno serio, ogni volta che ho messo la maglia della Roma, sia all’Olimpico che in altre circostanze. Ho sempre cercato di dare il massimo che in quel momento potevo dare.

 

E questo si è notato soprattutto vedendo l’amore che il tifoso romanista ha verso di te.

Questo mi fa piacere, vengo ancora rispettato molto e questa è una grande soddisfazione per me. Sono passati molti anni da quando sono andato via e da quando non frequento più l’ambiente Roma a livello lavorativo, ma comunque quando vado allo stadio e incontro la gente ci sono attestati d’affetto e stima nei miei confronti. Questa è la cosa più bella per un ex calciatore quando poi incontra i propri tifosi.

 

Se dovessi descrivere il derby di Roma con una frase, quale useresti?

È difficile per un romano descrivere tutto quello che prova in un derby già da un mese prima, perché la verità è che già da un mese prima il calciatore romano professionista, quando si appresta a giocare contro la Lazio inizia a sentire la partita. Quella pressione va saputa gestire, io a volte ci sono riuscito, altre meno, vivendo anche in un posto in cui quando uscivo incontravo tifosi bianco-celesti e di conseguenza c’era sfottò. La volontà di fare qualcosa di positivo in campo, condiziona un po', ed io questa cosa la sentivo molto. Immagino ugualmente che Totti, De Rossi e Florenzi abbiano avuto le stesse mie tensioni e attenzioni, sia qualche giorno prima che nel giorno stesso. È difficile con una frase descrivere il derby, quello per un romano è un appuntamento troppo importante; è come scrivere su una pagina vuota una bellissima frase che può diventare bruttissima e non puoi più cancellare niente, queste partite rimangono, anche se magari non giochi per lo scudetto. Sono domeniche che rimangono impresse, e di conseguenza cerchi di preparati nel migliore dei modi. Alcune volte ci riesci, mentre altre volte arrivi alla partita che la tensione ti ha fatto spendere molte energie a livello psicologico.

 

Cosa hai provato dopo il tuo primo goal in un derby essendo romano e romanista da sempre?

Il mio primo goal nel derby mi sembra sia stato al Flaminio, ed è stato una liberazione. Entri di diritto nella storia di queste partite e nella storia del club, perché quando fai goal in una partita così importante, comunque è qualcosa che rimane. Sia il primo che quello allo stadio Olimpico sono stati due momenti bellissimi, in uno siamo andati in vantaggio e potete immaginare il mio entusiasmo, la mia voglia di festeggiare. Addirittura (quello all’Olimpico) stavo andando sotto la Curva Nord, per scopiazzare Chinaglia, poiché l'avevo promesso ad un mio amico che stava nella settore della Lazio e gli dissi: "se questa volta faccio goal vengo sotto la Nord”, poi però ci fu Tempestilli che mi prese per i capelli sotto la Tevere e mi fermò, altrimenti io sarei andato, e quando mi fermò io mi sono anche un po’ arrabbiato. Queste erano le mie vigilie, le mie partite, le mie sensazioni e le mie tensioni, era un continuo prenderci in giro con i miei amici laziali perché io sapevo che loro stavano dall'altra parte in Curva Nord e volevo e dovevo essere determinante.

 

È la rivalità che rende bello questo sport.

Si, la rivalità, gli sfottò, io avevo questo macigno dentro, volevo fargli passare una brutta domenica ai miei amici laziali, sia che fossero allo stadio sia da casa, quindi giocavo anche con maggior foga perché avevo questo dentro.

 

Hai giocato a cavallo delle due Rome più forti di sempre (primi anni '80, e primi anni 2000), ma le soddisfazioni non sono comunque mancate. Ci potresti descrivere le tue sensazioni nel momento in cui alzavi un trofeo?

Le prime due Coppa Italia vinte sono state bellissime perché erano all'Olimpico, mentre la terza fu a Genova contro la Sampdoria. Qualche minuto prima della fine fui sostituito da Bianchi e al fischio finale sono andato a farmi ridare la fascia per presentarmi alla premiazione da capitano, dove c’era la signora Flora Viola dato che il quel momento c’era il passaggio dai Viola a Ciarrapico. L'ho vissuta con tanta felicità, ma festeggiarla all’Olimpico è stato qualcosa di fantastico, perché hai 60/70 mila persone che gioiscono insieme a te.

 

Cosa è successo in quella trattativa che ti avrebbe potuto portare alla Juventus? Se non fosse stato per le parole di Dino Viola saresti andato a Torino?

Io non sapevo niente sino a quando Viola non lo disse alla fine del mercato. Il presidente esternò il fatto che fino all'ultimo giorno Boniperti aveva fatto un’offerta per me. Mi accorgevo che quest'ultimo e Montezemolo (ai tempi dirigente bianconero) avevano un’attenzione particolare nei miei confronti, ma non pensavo fino al punto di essere disposti a sferrare l’attacco per prendermi. Poi quando Viola lo disse mi ha fatto piacere, perché era la Juventus, perché era la squadra più titolata d’Italia e cercava un giocatore della Roma, ma sono stato contento di come Viola gli rispose: “Questo rimane qui perché giocherà tanti anni nella Roma e ci rimarrà per sempre”. Questo è quello che la famiglia Viola voleva nei miei confronti, ma poi sonno cambiate tante cose dopo la morte di Dino. Subentrarono Mezzaroma e Sensi, poi Mezzaroma andò via e rimase solo Sensi e da lì iniziò il mio percorso in salita nell'ambiente della Roma.

 

Cosa vi siete detti nello spogliatoio prima dei due Roma-Inter in finale di Coppa Uefa. Quanto era sentita quella partita all'interno della squadra?

Era sentita molto, sia da parte nostra che da parte loro perché nelle due squadre c’erano diversi nazionali Italiani. Dopo loro avevano quest’atteggiamento particolare, che quando giocavano in casa si trasformavano, a volte neanche ti salutavano, facevano gli "arrabbiati" sin dal sottopassaggio di San Siro e poi però quando li incontravi a Roma cambiavano un po’ le situazioni, gli atteggiamenti, c’erano sorrisi, abbracci ecc. Questo a me dava fastidio; se devi essere in un modo lo devi essere per sempre e in qualsiasi situazione, sia che giochi in casa, sia che giochi in trasferta. Io ero rompiscatole a Roma e fuori, rischiando di trovare anche qualcuno che potesse dirmi qualcosa, ma sono stato sempre me stesso. A volte rimanevo antipatico proprio per questo, perché non cambiavo assolutamente a seconda di dove stavo e con chi stavo.

 

Giocare il Mondiale del '90 in casa quanta carica vi ha dato?

Altra manifestazione dove devi avere una forza psicologica forte, ci sono pressioni importanti e grandi responsabilità. Oltretutto giocavo in casa, il ritiro era a Marino; insomma potete capire cosa poteva esserci dentro di me, quando mi svegliavo prima di colazione facevo 150 addominali e poi scendevo. Sono stati 40 giorni di grandi sacrifici, di grandi attenzioni, di grande concentrazione ed è stato bello perché il pubblico, la gente, i romanisti e non, sono stati affianco alla Nazionale. Il tragitto dal ritiro allo stadio era un bagno di folla, dove ti giravi vedevi bandiere ed era pieno di gente in festa. Arrivavi all’Olimpico che già avevi giocato una partita e poi dopo è andata come tutti sappiamo, c’è stata questa maledetta semifinale a Napoli che ci ha fermati, nonostante non abbiamo perso nei 90’. Alla fine siamo arrivati terzi in quel campionato ed invece l’Argentina che perse la prima partita è arrivata seconda; anche questo vi fa capire che i regolamenti a volte non danno sentenze definitive giuste e precise.

 

A proposito, è vero che a Napoli il clima dei tifosi era a favore dell'Argentina?

A Napoli, uno avvertiva che quando nominavano Maradona e quando poi toccava il pallone c’era ammirazione e consenso. Per lui non c’erano fischi, c’erano per gli altri argentini, quando arrivava il pallone a lui si notava la differenza, si notava il fatto che erano dalla sua parte, però non deve essere una scusa. Eravamo andati pure in vantaggio, insomma avevamo fatto anche una discreta partita, non penso sia stato quello il motivo per cui non abbiamo centrato la finale. Ma quello dei tifosi penso sia normale come atteggiamento, secondo me anche all’Olimpico sarebbe successa la stessa cosa.

 

Qual è stato l'allenatore con cui ti sei trovato meglio?

Io con tutti sono stato bene, a parte Bianchi. Ero un giocatore che si metteva al servizio della squadra, cercavo di aiutare anche fuori dal campo perché ero il capitano, e perché erano tanti anni che ero lì. Mi sono sempre messo al servizio innanzitutto dei compagni e della squadra e poi dopo se arrivava qualche soddisfazione personale la prendevo con grande gioia, però non ho mai anteposto le mie glorie personali a quelle della squadra. Perché sono cresciuto con gente che prima di me hanno fatto queste cose qui, erano giocatori che non guardavano i propri interessi, ma soprattutto quelli dei compagni, come faceva Di Bartolomei, come faceva Bruno Conti e poi sono arrivato io, che con il loro esempio ho proseguito a comportarmi come facevano loro e dunque è stata una ruota.

 

La frase del presidente Sensi dopo il rigore sbagliato contro la Lazio ha segnato una frattura insanabile tra te e la società. Trovi qualche analogia tra il tuo rapporto con Sensi e quello di Totti con Pallotta?

Non lo so, perché devi essere all'interno per sapere bene, ma non credo. Pallotta non parla Italiano, qualche frase l’hanno riportata i giornali e bisogna vedere come è stata detta, mentre io e Sensi eravamo due italiani e due persone anche abbastanza sanguigne. La mia situazione è stata diversa in confronto a quella di Totti con Pallotta.

 

Totti ha più volte ripetuto la frase: "Giannini è il mio Idolo". Quanto ti rendono orgoglioso queste parole, e se immaginavi che quel calciatore che tu hai accolto da giovane potesse diventare ciò che è stato, non solo per la Roma, ma anche per il calcio in generale.

Fa piacere sentirlo da un grandissimo, perché Totti è entrato nell'elite del calcio europeo e mondiale. Ha fatto piacere perché comunque significa che è un ragazzo umile, che ha saputo in quel momento e anche adesso riconoscere che Giannini gli ha dato una mano quando ce n'era bisogno. Ho cercato in qualche modo sempre di farlo stare a suo agio e di non creargli attriti particolari con gli altri miei compagni; questo sono stato io per Totti. Poi è chiaro che la classe, la forza e la tecnica sono tutte cose sue, queste caratteristiche le ha sempre avute e le ha tirate fuori con gli anni e con l’esperienza, però in quel momento, all'inizio, i comportamenti miei e di Mazzone l’hanno aiutato a mettersi a suo agio ed inserirsi in un ambiente nuovo per lui, perché dalla Primavera entrava in un nuovo ambiente con altri giocatori i quali erano famosi e importanti, e quindi avere il consenso di tutti aiuta a giocare senza pensieri.

 

Nonostante le tante controversie nella tua partita di addio, con quell'invasione di campo la tifoseria ha voluto far sentire il calore che provava per te. Che giornata è stata?

Devo essere sincero, l’ho un po’ rimossa, perché dopo è stata per metà carina, poteva diventare bellissima, ma non lo è stato. Sono state tante cose che mi hanno fatto un po' soffrire, però è passato talmente tanto tempo che l’ho dimenticato e preferisco non ritornarci sopra, perché quella doveva essere una festa mia e dei tifosi e non un appiglio per polemizzare contro la società.

Coreografia Derby 11/01/2015
Coreografia Derby 11/01/2015

Cosa hai provato vedendoti nella coreografia della Curva Sud in cui venivi considerato un figlio e una bandiera di Roma?

Sono cose bellissime che ti riempiono il cuore, che ti fanno essere orgoglioso di quello che è la Roma e sono i suoi colori. Il riconoscimento della gente è fondamentale per un professionista, soprattutto se il professionista è tifoso di quella squadra e se ci è cresciuto. E il fatto che io non ci sia stato in quel derby in campo, ma sono stato messo lì e considerato, è stato veramente un ulteriore abbraccio. È come se lo stadio in quella domenica mi avesse abbracciato come credo tutti gli altri che furono citati.

 

Se ti fosse possibile tornare alla Roma anche da dirigente, lo faresti?

Perché no, potrebbe essere un’occasione assolutamente. Tutti quelli che hanno vissuto Roma e la Roma hanno il desiderio un giorno di ritornarci, figuriamoci io che ci sono partito, che sono tifoso e che ho indossato la maglia per tanti anni. Figurati se non mi piacerebbe eventualmente tornarci da dirigente, assolutamente sì.

  

Rivedi qualche calciatore al giorno d'oggi simile alle tue caratteristiche?

In questo momento no, forse, ma dico forse Tonali del Brescia. Ma non vorrei andare oltre, perché poi ognuno di noi ha delle proprie caratteristiche.

 

Pensi che un calciatore come te, nel calcio moderno si troverebbe a suo agio oppure sono epoche troppo diverse?

Io credo che quando hai padronanza del mezzo, quando hai tecnica, quando hai la facilità nel gestire la palla con una certa disinvoltura possono passare anche 100 anni, ma quell'attimo che ti serve per stoppare il pallone è un vantaggio che tu hai nei confronti degli altri che magari hanno bisogno di 2/3 tocchi per addomesticarlo. Perciò io credo che chi era bravo all'epoca si potrebbe trovare eventualmente bene anche oggi.

 

Cosa ne pensi del trattamento ricevuto in sequenza da Totti, De Rossi e Florenzi? Pensi che ci sia in atto come molti dicono un’opera di de-romanizzazione, oppure sia solo un fatto normale?

No, è talmente ciclica la cosa che è successa con me, con Totti, poi con De Rossi e con Florenzi. Non penso sia casualità, invece penso che quando arrivi ad essere una bandiera e di conseguenza sei ingombrante e dai fastidio, chi è a Trigoria, chi sta dietro una scrivania e deve decidere, nel momento in cui possono metterti da parte o farti fuori non ci pensano 2 volte, questo è un po’ il succo.

 

Capello qualche giorno fa ha rilasciato una dichiarazione in cui ha detto che a Roma ha combattuto maggiormente la pigrizia. Anche te hai notato questo tipo di comportamento, oppure è il solito stereotipo del romano?

Si, c’è nel romano questo modo di presentarsi, tanto è vero che a me soprattutto in Nazionale non mi consideravano romano, perché comunque ero sempre il primo a tirare il gruppo e a darsi da fare. In effetti il romano ha quest’etichetta che gli viene attaccata, che non ha voglia di fare niente. Molto probabilmente Capello si è accorto di questa cosa e l’ha subito affrontata, è stato bravo e secondo me dovrebbe accadere attualmente nell'ambiente Roma. Bisogna essere più severi e rigidi, così ne risentono in positivo la squadra, la piazza e i tifosi.

 

Pensi che la coppia Fonseca-Petrachi sia un duetto giusto per fare quanto detto?

Non lo so, perché l’allenatore conta ma fino a un certo punto, stessa cosa per il direttore sportivo, ma poi dopo se non hai i mezzi, se non hai la forza economica per poter andare a prendere i giocatori importanti difficilmente riesci ad essere protagonista nel campionato italiano.

 

Che idea ti sei fatto del possibile passaggio della Roma da Pallotta a Friedkin, anche se in questo momento la trattativa si è arenata? 

Se ne leggono tante, un giorno leggi una cosa, il giorno dopo ne leggi un’altra. Sono titubante nel giudicare, io sono così, se non vedo non credo e quindi il desiderio è quello di vedere la Roma in mano a persone che possono far felici una piazza importante, però in questo momento ci sono moltissimi dubbi intorno a Pallotta, intorno a questa Roma e di conseguenza alla lunga anche gli stessi giocatori ne risentono.

 

Pensi che Dzeko sia il giusto successore nella storia dei capitani della Roma, oppure avresti già responsabilizzato Pellegrini?

Io credo che Dzeko in questo momento sia il giocatore che rappresenti meglio la piazza, un giocatore internazionale, un giocatore che ha sulle spalle tanta esperienza. Pellegrini ha dalla sua l’età e il fatto che sicuramente poi diventerà capitano, però in questo momento credo sia Dzeko il personaggio che un po’ tutti, l’allenatore, lo spogliatoio e la stessa società riconoscono come punto di riferimento.

 

Come vede Zaniolo tra qualche anno?

Lo vedo bene, anche se su di lui ci sono tante voci di mercato. Tutte queste cose non fanno il bene della Roma, certo, l’ambiente è così, però dà fastidio ai tifosi sapere che un gioiellino, un giocatore che comunque potrebbe per tanti anni indossare la maglia della Roma possa in qualche modo essere eventualmente ceduto. Del resto ha la tecnica, ha la forza e ha questa grande personalità nell'affrontare le gare e quindi lo vedo molto bene.

 

Qualche settimana fa abbiamo intervistato Julio Sergio, e ha detto che a Roma, soprattutto per uno straniero, si sente molto il fatto che per i tifosi se la squadra va bene pensano che sia la più forte, mentre quando i risultati sono negativi si pensa sempre al peggio. Quanto può contare una cosa del genere?

Dicevamo prima della personalità, un giocatore che viene alla Roma deve saper gestirsi, e quindi deve avere un carattere forte per poter vivere in una piazza così. Abbiamo visto tantissimi grandi campioni che però nel momento in cui hanno indossato la maglia della Roma non sono stati così determinanti come quando invece li vedi con un’altra maglia in un’altra piazza. La differenza è che bisogna sapersi ambientare subito, bisogna essere forti psicologicamente per superare queste avversità, sia quando le cose non vanno bene, sia quando le cose poi quando sono positive.

 

È normale secondo lei che la Roma nell'ultimo decennio non abbia vinto nessun trofeo, nonostante sia sempre stata una squadra di vertice?

La Roma è stata anche un po’ sfortunata, nel momento in cui negli anni di Spalletti lottava e si avvicinava al titolo ha sempre incrociato sulla sua strada squadre attrezzatissime come la Juventus, la stessa Inter ed è un peccato, però a volte ci ha messo anche del suo vedi Roma- Sampdoria con Ranieri e anche con Capello due anni dopo l’ultimo scudetto. Ci sta che comunque non ha vinto molto pur avendo avuto grandi squadre, grandi giocatori. È quello che dicevo prima, poi l’ambiente che a volte determina una stagione, perché magari hai dei giocatori che non sanno gestire le pressioni e quindi vanno in difficoltà; adesso non sto qui a farti dei nomi però ce ne sono stati tanti che a Roma hanno faticato e poi dopo li vedi con una maglia diversa che fanno grandi cose e quello è sinonimo di aver sofferto la piazza e di aver sofferto le pressioni. In questi ultimi anni quando si scelgono giocatori, devi anche andarli a scegliere con uno spessore caratteriale, con un curriculum alle spalle e non puoi sperare di prendere un giovane tipo Iturbe e speri che ti stravolge la squadra. Devi essere bravo a sapere che va aspettato, che va fatto crescere, vedi Under e Kluivert. Quando tu riempi una squadra di giovani così, è chiaro che poi dopo fai fatica a centrare subito gli obiettivi. Devi programmare, e se stai programmando non li devi dare via; se invece li tieni due anni e poi li dai via e poi ne prendi altri due giovani stai sempre lì, nel senso che non arrivi mai a fare meta.

 

Cosa c’è nel futuro di Giannini?

Nel mio futuro c’è che vorrei tornare ad allenare, se ci fosse la possibilità, però non è facile. Soprattutto nelle categorie di Serie C si farà fatica a ripartire. Ritornare in panchina, questo potrebbe essere una voglia che io ho per il prossimo anno.

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