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H come Hidetoshi

di Gabriele Manfridi 


H come Hidetoshi. Hidetoshi come Nakata. Alzi la mano qualsiasi appassionato di calcio, nato negli ultimi trent'anni, che non abbia visto anche solo un minuto dell'anime "Holly e Benji". Credo che siano davvero pochi. Sicuramente io non rientro in questa ristretta cerchia. Proprio il caldo estivo che inizia ad affacciarsi in questi giorni mi riporta alla mente quando nel mese d'agosto passavo le vacanze a Trevignano. Dopo una mattinata intensa al lago, verso l'ora di pranzo correvo a casa per vedermi "Holly e Benji". Poi il pomeriggio, nel cortile, cercavo di imitare le gesta dei personaggi della saga giapponese che avevo ammirato qualche ora prima. "Lele, gesti come quelli li ho visti rifare solo da un giocatore: Hidetoshi Nakata. Che rovesciata contro il Piacenza! Che prodezza!". Queste le parole che mio padre ripete ogni volta che qualcuno parla di "Holly e Benji". E da quella frase ho iniziato a scoprire e a farmi raccontare chi fosse Hidestoshi Nakata. Hidetoshi Nakata è Juventus Roma 2-2 del 6 Maggio 2001. È il salvatore di un sogno che poi si è concretizzato in realtà. Un sogno che a dir la verità durante quella partita Juve-Roma si stava per trasformare in un incubo. Al delle Alpi i bianconeri vanno in vantaggio prima con Del Piero al quarto minuto del primo tempo, e raddoppiano dopo due minuti con Zidane. Un uno-due tremendo. Poi, nel secondo tempo Capello fa un cambio. Dentro Nakata e fuori Totti: dentro il samurai e fuori il gladiatore. Io sarei nato quattro giorni dopo ma dal pancione di mia madre riuscivo a sentire mio padre e i suoi amici imprecare contro Don Fabio. Comprensibile lo sfogo. È vero, Francesco non era molto ispirato quella sera ma rimaneva sempre il capitano della nostra causa. La causa romanista. Una causa nobile: riportare dopo quasi vent'anni lo scudetto a Roma. La vera Roma, quella giallorossa. Capello non poteva capire a pieno cosa volesse dire vincere nella Capitale ma sicuramente sapeva che in quella situazione di difficoltà vi era bisogno di qualcuno che potesse difendere una causa talmente nobile. Sapeva che, originariamente, un "samurai" era colui che serviva e preservava la nobiltà. E fu così. L'ex Perugia a dieci minuti dalla fine ruba il pallone a Tacchinardi e con un tiro tanto potente quanto elegante riuscirà piazzare la sfera sotto l'incrocio. Tutto ciò dopo che la palla avrà percorso una distanza oceanica. Era come se quel pallone fosse partito dall'Oriente e fosse arrivato in Italia, come Nakata. E quest’ultimo, ormai influenzato dall'idea italiana di un calcio che punta solo al risultato mettendo da parte a volte anche l'estetica, con un destro molto meno spettacolare rispetto al precedente permetterà a Montella di spingere in rete la sfera non trattenuta da Van Der Sar. 2-2. E per una sera "Holly e Benji" diventano realtà. Quella romanista. 

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