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F come Fede

di Gabriele Manfridi 


Tifare una squadra è come essere indissolubilmente legati a una fede. Forse per spiegare questo concetto agli atei calcistici bisognerebbe presentargli un esempio. Bisognerebbe scegliere una squadra che possa dimostrare quanto sia vero ciò che ho scritto all'inizio. Bisognerebbe scegliere la Roma. "Ovvio che potevi scegliè. Sei un giallozozzo". Questo penseranno i non romanisti. Lasciamoglielo pensare. Se c'è una cosa che so fare è scrivere sempre ciò che realmente penso. Essere romanisti vuol dire davvero scegliere una fede. Perché? Perché noi abbiamo fede. Da sempre. Da sempre crediamo nella Roma. Crediamo di poter vincere scudetti, coppe nazionali ed europee. Pensate che io a malapena mi ricordo la Coppa Italia del 2008, il mio primo e ultimo trofeo. E ogni tanto ripenso a quando ero ragazzino e ancora frequentavo la scuola materna. A quando il mio amichetto juventino cercava di invogliarmi a tifare per i bianconeri. Certo sarebbe stato tutto più facile. Dentro di me, un'anima ancora più fanciullesca della mia già tenera età mi spingeva a credere nella Roma. A credere in quella lupa e in quei bambini che quella splendida creatura allattava. Mi piace immaginare che fosse proprio uno di quei ragazzini che mi volle romanista. Nel dubbio li ringrazio entrambi. Che sia Romolo oppure Remo, uno dei due mi ha indicato una strada. Un percorso tortuoso che ancora oggi sto affrontando. Spesso mi capita di cadere però riesco sempre a rialzarmi. Per fortuna non sono da solo ad affrontare questo viaggio.  C'è chi porta una sciarpa, chi una maglietta giallorossa, chi una bandiera con la lupa capitolina. Insieme, fino ad ora, abbiamo avuto modo di gioire per esser riusciti a superare un ostacolo che ci sbarrava il cammino. Altre volte ci siamo persi in selve oscure. Per un po' non abbiamo visto la luce del giorno. Però avevamo un'altra di luce. Quella della fede. Nonostante le difficoltà, chi più chi meno, abbiamo sempre creduto di poter tornare a festeggiare. Bisognava solo pensare che quella selva nella quale ci eravamo erroneamente inoltrati non era una punizione, ma un beneficio. Magari un giorno scaleremo un monte dal quale potremo vedere tutti dall'alto. Un monte inarrivabile per i serpenti, le zebre, i diavoli e addirittura per le aquile. E da quell'altura ci ricorderemo del buio. Sorrideremo e ringrazieremo d’averlo incontrato.

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