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D COME DERBY

di Gabriele Manfridi


"Non sai cosa può voler dire la parola derby finché non ne vivi uno". Una frase che abbiamo sentita dire tante volte in TV da calciatori, ex calciatori, allenatori e altre figure del mondo del calcio. È un concetto né giusto né sbagliato. È un concetto incompleto. Perché? Perché ogni città ha il suo particolare tipo di derby, e ognuno è diverso dall'altro, insomma se parli di derby devi, assolutamente, specificare a quale ti riferisci. C'è il derby della Madonnina, il derby della Lanterna, il derby della Mole, il derby dell'Arena, e poi c'è quello della Capitale. I primi due coinvolgono quattro squadre che si identificano ciascuna nella propria città. Il terzo vede contrapporsi la squadra di Torino, il Torino, e un club che, soprattutto, rappresenta il tifo di ampie zone geografiche del Sud. Il derby di Verona, tra quelli che abbiamo elencato, è quello che ha meno storia (lo si è giocato solo 19 volte), e quindi è il meno sentito. Il nostro, invece, è totalmente differente. È un contrasto tra classi sociali, tradizioni, territori e ideologie. I nomi delle due squadre, come fossero le facciate esterne di altrettanti palazzi, già ci raccontano molte cose. La Lazio vuole esprimere la passione calcistica non solo di Roma, di Viterbo, di Rieti, di Frosinone, di Latina... Mettendo così, con un atto di estremo altruismo, il capoluogo laziale al pari di tutte le altre amene località della regione. La Roma nasce da un'idea: regalare alla Capitale un'associazione che portasse i suoi colori, il suo simbolo e il suo nome. La Roma vuole dare la possibilità ai romani di andare allo stadio e incitare i propri beniamini urlando a squarciagola il nome della loro città, il nome del luogo dove vivono, di dove sono nati e cresciuti. Il nome della loro casa. Da queste chiare radici si delineano le caratteristiche delle due entità sportive e delle corrispettive tifoserie. "La Roma era la squadra del popolo, la Lazio di qualcuno". Lo so, sembrerò di parte ma nessuno meglio di Ghiggia, l'uomo che riuscì a zittire il Maracanã, ha riassunto in una semplice frase cosa siano la Roma e la Lazio. È così. Dall'impatto del calcio capitolino sul panorama sociale deriva una distinzione precisa: loro rappresentano alcuni esponenti dell'aristocrazia romana e tutti quei ciociari che non si sentivano di appartenere alla Capitale. Noi, invece, significhiamo tutto ciò che ha a che fare con il Colosseo, con l'amatriciana e la carbonara, con Trastevere, con un "daje" , con i sampietrini. La Roma, in altre parole, coinvolge tutto ciò che ad essa è legata da una promessa stretta durante un sonno divino tra l'amore infinito, che un cuore può provare se portato all'estremo, e l'immaginazione eterna di un bambino. L'immaginazione di un sonno. L'immaginazione che ti fa sperare, e quindi gioire e soffrire. La Roma e la Lazio sono l'una l'opposto dell'altra. E da opposti quali sono si attraggono, si scontrano con violenza. Nasce così il derby che gli spettatori esterni chiamano della Capitale, ma che noi romanisti e laziali, con gli occhi di chi è coinvolto in prima persona, vediamo come il derby tra due modi diversi di vivere. Di sognare

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