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B come barriere

di Gabriele Manfridi


B come Barriere. Sì, anche le barriere hanno fatto parte della nostra storia giallorossa. Dall'estate del 2015 fino all'inizio dell'Aprile 2017 sono state innalzate nello Stadio Olimpico per volere dell'allora prefetto di Roma Gabrielli: barriere che separeranno per quasi due anni il settore "distinti" dalle curve, e, soprattutto, barriere che divideranno le due curve in due settori. Un affronto per tutti noi tifosi. Un affronto quindi per il calcio, che senza tifosi non è niente. È come un corpo senza anima. Le barriere da sempre hanno rappresentato qualcosa di negativo. Non voglio qui riproporvi ciò che, ad esempio, possono aver significato il Muro di Berlino o la chiusura delle frontiere, bensì ciò che si può intendere per barriere in assoluto. Le barriere sono quelle che in questi giorni di quarantena ci stanno impedendo, per una giusta causa, di abbracciare i nostri nonni, i nostri amici e gli sconosciuti. Quegli sconosciuti che all'Olimpico, dopo un gol di Dzeko, non vedevamo l'ora di stringere tra le nostre braccia, quasi come se ciascuno di essi fosse un conoscente di vecchia data, un fratello. E in quell'attimo, tra l'urlo e l'accavallarsi l'uno sull'altro di cinquantamila persone ti senti immortale. Sai che cosa vuol dire essere felice. E quella sensazione meritano di viverla anche i giocatori in campo. Meritano anche loro di poter scavalcare i cartelloni pubblicitari, di correre verso la propria Curva, di arrampicarsi sulle ringhiere che delimitano il settore e di aggrapparsi ai propri tifosi, per guardarsi negli occhi e conoscere la quintessenza della vita. Abbiamo dovuto rinunciare a questi momenti. Abbiamo dovuto soffrire per riconquistarli. E siamo tornati a gioire quando abbiamo potuto riassaporarli. Quindi adesso, in questo periodo di isolamento dal mondo, non dobbiamo far altro che continuare a essere romanisti. Quindi, lottare e sognare quel giorno in cui tutto sarà finito. 

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